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Diario
 




libera informazione

il giornalismo è una forma mentis che trascende dalla semplice categoria professionale. non si tratta solo di scrivere articoli o svolgere inchieste:  il giornalismo è il modus operandi di tutti quelli che difendono la loro libertà con il logos, il pensiero ciritico, con la conoscenza e l'informazione. E per la prima volta nella storia, tutte queste persone - questi "giornalisti in potenza" - possono sfruttare un contenitore illimitato per esercitare la loro libertà d'opinione, di parola, di stampa: internet. con internet, la libera informazione ha i mezzi per abbattere ostacoli fin ora considerati insormontabili e raggiungere un'estensione mai vista prima. è un'occasione unica per diffondere la conoscenza e difendere la nostra libertà.
l'impegno, però, rimane un fattore individuale: il sorprendente universo dei blog, che ha già dato prova delle sue incredibili potenzialità negli stati uniti, non è costituito che da individui, la cui forza è sì data dalla loro unione, ma trova origine nella coscienza personale di ognuno di loro. ecco perché, sebbene possano già esserci milioni di blog,  credo che aprirne uno proprio  sia importane oggi come fra cent'anni: tutte le idee, per quanto simili possano sembrare, sono uniche come unico è il loro valore, perché unici sono tutti gli individui.



liberi tutti - subsonica 

Mani in alto fuori di qua
Non resteremo più prigionieri
Ma evaderemo come steve McQueen
O come il grande Clint in fuga da Alcatraz
Senza trattare niente con chi
Ha già fissato il prezzo al mercato
Nei nostri sogni e dentro ai nostri giorni e per la nostra vita

Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti

Dai virus della mediocrità
Dai dogmi e dalle televisioni
Dalle bugie, dai debiti, da gerarchie, dagli obblighi e dai pulpiti
Squagliamocela
Nei vuoti d'aria della realtà
Tracciamo traiettorie migliori
Lasciando le galere senza più passare dalla cassa

Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti

Da ciò che uccide te e tutto ciò che ho intorno
Dall'uomo che non è padrone del suo giorno
Da tutti quelli che inquinano il mio campo
Io mi libererò perché ora sono stanco

Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi tutti
Liberi, liberi, liberi
Liberi tutti



BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


30 gennaio 2006

The Silvio Show




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12 dicembre 2005

La verità, vi prego, sulla riforma elettorale

Cosa cambierà con il proporzionale? Rispondere a questa domanda è necessario per divincolarsi fra la propaganda bipartisan che dice tutto e il contrario di tutto sull’ultima prova di forza della maggioranza targata Berlusconi.
I sistemi elettorali si dividono in due grandi famiglie, una maggioritaria legata alla tradizione bipolarista inglese e una proporzionale, tipica della maggior parte delle democrazie europee e storicamente votata all’idea di rappresentatività in parlamento di tutte le parti sociali. L’Italia ha assistito durante il famigerato quarantennio democristiano al fallimento del proporzionale puro, superato nell’ultimo decennio da un “quasi” maggioritario che ha avuto il grande merito di introdurre nel nostro paese il bipolarismo, consentendo ai cittadini di scegliere realmente e chiaramente con il proprio voto la forza di governo. Una riforma in senso proporzionale, dunque, è temuta da molti come un ritorno al passato, alla partitocrazia e all’instabilità di quegli anni; i suoi promotori, invece, affermano l’esatto contrario, ovvero che consoliderà la logica bipolare, così come avviene in svariati paesi europei (Spagna, Portogallo, Svezia, Danimarca) dove il proporzionale si accompagna splendidamente al bipolarismo. Di contorno, com’era prevedibile, anche dure critiche (fondate) all’opportunismo di una riforma di cui nessuno sentiva il bisogno. Sta di fatto che alla camera è già passata, e molto probabilmente sarà a breve legge dello Stato. E allora, cosa dobbiamo aspettarci?
Innanzitutto, i seggi in parlamento cessano (sia alla camera che al senato) di essere attributi tramite collegi uninominali, ma saranno ripartiti in proporzione ai voti presi da ogni singolo partito; ciò significa che il cittadino non esprimerà più la preferenza per il candidato A o B per il proprio collegio, ma che barrerà la casella del partito prescelto contribuendo ad accrescere la suddetta percentuale. E’ un bene o un male? E’ un bene perché il cittadino, per scegliere la coalizione da lui preferita, non sarà costretto a votare per un candidato calato dall’alto (se voglio votare l’Unione e sono margheritino moderato, perché dovrei essere costretto ad eleggere nel mio collegio un rifondarolo radicale?) e potrà scegliere il partito che meglio rappresenta le sue idee, ma al contempo un male perché a) non si possono esprimere preferenze sui candidati – vi sono le così dette “liste bloccate” decise arbitrariamente dai partiti; b) si perde il contatto diretto fra il politico e il cittadino che scaturiva dall’identificazione del deputato con il collegio di appartenenza.
Allontanandoci dai crucci del singolo elettore e perseguendo una visione d’insieme più esaustiva, quale sarà l’impatto sugli equilibri del parlamento?
Per assicurarsi che le camere esprimano una maggioranza chiara e netta (e dunque tutelare il bipolarismo), la riforma elettorale prevede alcuni correttivi. In primis, attribuisce un premio di maggioranza del 55%, ciò significa che se una delle due coalizioni dovesse vincere con un scarto minimo, insufficiente per governare con stabilità, automaticamente le verrebbero attribuiti 340 seggi. Secondo paletto a tutela del bipolarismo sono gli sbarramenti: per evitare che le forze politiche si spacchino in più coalizioni, è prevista una soglia minima di consensi 10% per le liste collegate (Unione e CdL), così come è prevista una soglia del 2% per i singoli partiti all’interno di tali liste. Dunque, il bipolarismo è tutelato o no? Di sicuro chi agita lo spauracchio di un ritorno alla Prima Repubblica è fuori strada, perché i correttivi inseriti in questa riforma, seppur migliorabili con un po’ di coraggio, assicurano la netta distinzione di maggioranza e opposizione. C’è però da fare attenzione all’unità delle coalizioni e di conseguenza alla stabilità del governo, perché se da una parte la distribuzione proporzionale dei seggi riflette con onestà le parti del paese (ed evita che i posti in parlamento siano spartiti a tavolino assegnando preventivamente il candidato al collegio, magari imponendo di fatto più deputati di un partito di quanti ne giustifichi la percentuale di consensi, vedi Lega Nord), dall’altra fomenta la competitività dei singoli partiti che tendono a perdere d’occhio la logica di coalizione cercando in tutti i modi di prevaricare gli alleati. Inoltre, il testo di legge contiene un elemento potenzialmente esplosivo: al Senato il premio di maggioranza viene conferito su base regionale, una distorsione che può più o meno facilmente far risultare una maggioranza opposta a quella della Camera, generando non pochi problemi.




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24 ottobre 2005

V Congresso Nazionale del Nuovo Psi

Auditorium della Fiera di Roma – La stampa italiana aveva battezzato l’evento come il primo vero congresso politico dai tempi di tangentopoli, e in effetti il congresso del Nuovo Partito Socialista non ha deluso le aspettative: tre giorni di passione, tensione, acceso dibattito e scontro politico che hanno infuocato la platea dei garofani, conclusisi con la controversa incoronazione di Bobo Craxi (che aveva proposto una mozione per avallare il progetto di fusione con Sdi e Radicali all’interno del centrosinistra) come segretario. Il segretario uscente, Gianni De Michelis (che aveva proposto una mozione ben più “attendista” al riguardo), non ci sta, e accusa il “colpo di mano” all’interno dell’assemblea, priva, a suo dire, di qualsiasi legittimità. La questione socialista è di nuovo in pista, e il suo passaggio non sarà indolore, ma porterà con sé l’ennesima divisione.

21 ottobre, primo giorno di lavori - Il congresso non è ancora iniziato che già si infiammano gli animi. I cancelli della Fiera di Roma, che dovevano aprire al pubblico alle tre per accreditare i delegati del partito (rappresentanti delle federazioni locali che compongono la “platea congressuale”, detentrice del diritto di voto), rimangono chiusi per più di mezz’ora, ed è subito polemica: “De Michelis non vuole farci entrare, vuole sabotare il congresso”, e di tutta risposta “sciacquati la bocca quando parli di di De Michelis!”… non siamo ancora entrati ed è già bagarre fra detrattori e sostenitori del segretario uscente.
Con un notevole ritardo, la sala si riempie, ma senza aver accreditato i delegati. In compenso sono ben riconoscibili le correnti, fra cui spicca l’agguerrita fazione dei calabresi, impaziente di “attraversare il guado”, che esibisce striscioni da stadio “I veri socialisti non sono in vendita” e “La diaspora è finita”.
Alle cinque, dopo un comunicato della commissione di garanzia (l’organo atto a controllare la regolarità formale del congresso) che informa della necessità di completare l’accreditamento dei delegati, ad aprire le danze è il sindaco di Roma Walter Veltroni. Alla sua carica formale si accompagna un’identità riformista, e il suo breve e conciso discorso è molto apprezzato dalla platea; Craxi a nome della presidenza saluta i presenti (Boselli, Casini e i rappresentanti dei maggiori partiti) e gli assenti per poi rimettere la parola al segretario uscente Gianni De Michelis, che si appresta ad entrare nel vivo della questione: “Identità e Unità Socialista”.
La prima parte del suo discorso è ben accolta, la riconoscenza nei suoi confronti è tanta, e i presupposti sono comuni: percorrere la strada dell’identità riformista, autonoma, craxiana. De Michelis non risparmia critiche al bipolarismo “bastardo” all’italiana, loda l’iniziativa proporzionalista del governo e, pur riconoscendo che l’opportunità di questi giorni di tornare a sinistra e concludere la diaspora potrebbe determinare una svolta storica, esalta le “riforme riformiste” che la CdL ha portato avanti grazie, a suo dire, alla spinta socialista, come la legge Biagi, la Moratti, le pensioni; un colpo al cerchio e uno alla botte, strategia confermata dall’auspicio di una Grosse Koalition anche in Italia. I congressisti cominciano a diventare impazienti, vogliono chiarezza, e il “mercante di Venezia” mette le mani avanti: no ai guelfi e i ghibellini, cerchiamo la giusta sintesi senza spaccare il partito. Ma non funziona; dopo mezz’ora di cauta e misurata analisi, la corrente calabrese vuole fargli scoprire le carte, e intona “unità, unità, unità!”, al quale risponde la nutrita e appassionata vecchia guardia: “ma quale unità, mai con Di Pietro e Violante, Bobo vai via, vattene!”. La gazzarra è subito domata, e De Michelis è abilissimo a spostare il baricentro del discorso, scagliandosi sui traditori (senza denominarli tali esplicitamente): critica Stefania Craxi che trascina l’eredità del padre fuori dal socialismo (Stefania si candiderà con Forza Italia) e Giuliano Amato, l’eterno rinnegato, raccogliendo così di nuovo applausi e consensi. E’ il momento di concludere, ma non riesce ad uscirne indenne: dichiara di voler “esplorare” la strada offertagli da Sdi e i Radicali per verificare che ci siano le condizioni affinché lo spirito socialista e riformista possa preservarsi. Tali condizioni, basilari per costruire un soggetto politico vero e non un accordo di cartello per sommare gli elettorati, consistono nella condivisione di alcuni punti, come la separazione delle carriere in magistratura, una politica estera comune che non ritiri le truppe dall’Iraq, l’essere pragmatici, realisti e laici (non laicisti) e il sostenere sindacati riformisti come la Uil (non la Cgil). I congressisti, a caldo, applaudono convinti (solo il giorno dopo si accorgeranno di non essere tanto sicuri di quale sia la posizione del segretario, accusando la sua mozione di “dire tutto e non dire niente), ma sono sempre i calabresi a spingere per una posizione netta: sfilano in un mini corteo con bandiere che recitano “De Michelis segretario? No grazie, è il becchino dell’Unità”; è ancora la vecchia guardia a ribattere “chi vi ha pagato, quanto vi hanno dato? fuori, fuori!”. Nella notte, sono molto le contestazioni alla commissione di garanzia per l’attribuzione delle deleghe, in molti denunciano la creazione ad hoc di tessere e deleghe fantasma volte a incrementare i voti a favore dell’una o dell’altra mozione.

22 ottobre, secondo giorno di lavori - Nella giornata di sabato, è il sottosegretario Mauro Del Bue a riproporre di prima mattina la questione della platea congressuale, ribadisce che i congressi si fanno con i delegati e non con i presenti, soprattutto quando si tratta di votare. Ma è l’intervento successivo il più atteso, quello di Bobo Craxi a difesa della sua mozione, e le aspettative non restano deluse. Il presidente del Nuovo Psi non si sofferma sulla parabola politica compiuta dal suo partito nel centrodestra, preferisce guardare avanti. Nessun rancore o ingratitudine, l’esperienza nella CdL, fin dall’inizio ritenuta strumentale, si è semplicemente conclusa, ed è il momento di ritirare la delegazione socialista dal governo, perché i tempi sono maturi per riunire la famiglia socialista in un’unica casa comune. La ragione politica deve prevalere su sentimenti e risentimenti, ed va sottolineato come quest’affermazione provenga da chi, più di tutti, potrebbe farne una questione personale. Ma Craxi non è interessato a partecipare alla contesa per l’eredità del pensiero paterno, perché il Psi del padre è stata una parentesi unica e irripetibile. Craxi sostiene di volersi rendere interprete del socialismo e del riformismo nell’attuale contesto politico, dove il bipolarismo non deve essere eliminato ma migliorato dall’offerta riformista del socialismo. E quest’offerta può concretizzarsi solo con l’unità socialista e solo nella sinistra, lavorando all’interno di quella che è la collocazione naturale del socialismo.
Una presa di posizione chiara e netta, che incontra forti contestazioni ma anche scroscianti applausi, ben più solidi di quelli riservati al segretario, seguita dalla seconda comunicazione della commissione di garanzia che dichiara ufficialmente aperto il congresso.
Sembrerebbe il clou di una giornata che proseguirà fino a sera con gli interventi dei delegati iscritti a parlare, se non fosse per la visita, incerta fino all’ultimo, di Marco Pannella, che prima è stato interrotto da alcune contestazioni, ed è andato poi a segno al secondo tentativo. Su quel palco Pannella si è sentito socialista prima ancora che radicale, tanto da arrivare ad affermare che la questione essenziale riguarda l’unità delle due frange socialiste, che devono riunirsi il prima possibile; “chiaritevi su che cazzo volete!” è solo una delle tante colorate uscite che si è concesso. Non si è risparmiato né nell’elogiare le battaglie di cui Bettino Craxi si fece portavoce né nel criticare i suoi errori e peccati politici, primo fra tutti il concordato con il Vaticano. Ribadendo decine di volte l’importanza della laicità, Pannella ha raccolto applausi e, come nel suo stile, ha “intrattenuto” la platea per più di un’ora, chiudendo con un appello al socialista Claudio Martelli. Da segnalare nel resto del pomeriggio, scandito dagli interventi dei delegati, un ulteriore comunicato della commissione di garanzia che nega nuovamente la validità della platea congressuale e diversi episodi di rissa fra sputi, aggressioni verbali e fisiche e querele.

23 ottobre, terzo giorno di lavori e conclusioni - Domenica, la resa dei conti. Il congresso parte in sordina, la lista degli iscritti a parlare è molto lunga. Alle otto di mattina i congressisti sono pochi, e i relatori tanti. Bisogna attendere attorno alle dieci e mezza per scaldare un po’ gli animi, con l’intervento di Tonino Di Trapani, che dà inizio ad un climax congressuale che vedrà contrapporsi nettamente la fazione di De Michelis e quella di Bobo Craxi. Di Trapani è subito chiaro, i socialisti non possono andare a braccetto con i loro carnefici; Violante, Di Pietro, D’Alema e i post-comunisti non possono diventare alleati. La vecchia guardia socialista in platea si esalta, sfoga tutta la sua rabbia contro la magistratura e i comunisti, e sembra gonfiarsi come una valanga: a rincarare la dose sono Stefano Caldoro (Ministro per l’Attuazione del Programma) e Alessandro Battilocchio (giovanissimo eurodeputato e fiore all’occhiello del Nuovo Psi), che non risparmiano aspre critiche per il passivo compagno Boselli, succube di Prodi, dei democristiani e dell’odiata sinistra massimalista. Un caso a parte è l’on. Moroni, figlia del socialista che si tolse la vita in carcere durante tangentopoli, che non esita a richiamare la memoria del padre per giustificare la permanenza nel centrodestra e il rifiuto di qualsivoglia compromesso con le sinistre.
E’ ora di pranzo, la compagine di De Michelis si è inequivocabilmente espressa a sfavore della fusione con lo Sdi e a favore della CdL (trascinando inevitabilmente con sé anche il suo leader che invece si era tanto prodigato nel rimanere in equilibrio sul filo) e la platea è in delirio, lontana mille miglia dal centrosinistra e dalla mozione di Bobo Craxi; anche le contestazioni di chi la mattina prima acclamava l’unità si sono affievolite. Che fine hanno fatto i calabresi? Sembrano scomparsi. Invece erano intenti a preparare il contrattacco.
La riscossa calabrese per l’unità non è fatta di grandi nomi, piuttosto di gregari ben radicati nel partito e capaci di parlare a braccio, guardando la platea dritta in faccia. A spezzare la sequela di interventi pro-De Michelis è Franco Piro, storica colonna del Psi, divenuto ancora più forte nonostante la paralisi che lo colpì diversi anni fa. I congressisti, che un attimo fa applaudivano la fazione opposta, sono spiazzati da tanta irruenza dalla corrente avversaria, ma dopo una vera e proprio battaglia verbale Piro riesce a rompere gli argini, tirando la volata per la rimonta unitaria dell’asse calabro-siciliano che culmina con l’appassionato intervento di Saverio Zavattieri durante il quale, oltre agli interminabili applausi, piovono garofani a iosa… anche se ad opera della claque, l’effetto è davvero notevole, e Zavattieri esce trionfalmente spopolando la sala, che rimane quasi vuota durante l’intervento del delegato successivo. Il congresso ha raggiunto il suo acme, e le due ore successive vedono avvicendarsi svariati interventi, alcuni dei quali davvero folkloristici (da segnalare il “bagagliaio culturale” di cui il partito si sarebbe arricchito…), in attesa sempre più impaziente del verdetto finale. In platea si mormora che la commissione di garanzia prende tempo perché non riesce ad accordarsi, e in effetti è così, perché allo stremo delle forze, quando (ingiustamente) gli iscritti a parlare vengono fischiati per insofferenza, irrompe in massa la classe dirigente del partito sul palco della presidenza. A prendere il microfono è, nuovamente, Di Trapani: “compagni, a nome della commissione di garanzia di cui faccio parte, il congresso non può essere aperto, sono d’accordo cinque commissari su otto”. Apriti cielo. I congressisti insorgono, e la polizia minaccia di chiudere l’auditorium per questioni di ordine pubblico. A prendere la parola è Gianni De Michelis, che molto faticosamente porta avanti le sue conclusioni: non si possono fare assemblee sessantottine; questo congresso ha dimostrato grande fervore e partecipazione politica ma non è in regola, e come segretario il suo compito sarà quello di farsi portavoce delle posizione emerse durante gli interventi.
La contestazione dei congressisti si fa asprissima, e la fazione, stremata, si ritira assieme ai suoi delegati… ma De Michelis, probabilmente, sa che non ne uscirà senza pagare dazio: e infatti subito dopo l’abbandono della delegazione-De Michelis, nel caos totale, Franco Piro si improvvisa presidente congressuale e organizza con fermezza il proseguimento dell’assemblea, leggendo l’ennesimo comunicato della commissione di garanzia (non si capisce dove l’abbia pescato) che autorizzerebbe l’apertura del congresso. Così, tessere alla mano, i congressisti sono chiamati a votare prima affinché il congresso prosegua, e poi per l’elezione di Bobo Craxi a segretario del partito. La votazione avviene per “alzata di delega”: tre contrari, dieci astenuti e un numero imprecisato ma decisamente vasto di favorevoli. E’ un successo, Craxi è il nuovo segretario per acclamazione. Un vero colpo di mano, che vede subito affermare, da parte del nuovo leader, che non è una vittoria dei calabresi, ma dei socialisti tutti, soprattutto dei “non militanti” che a breve potranno tornare a votare l’unità socialista in parlamento. Si levano applausi e garofani.
Il congresso è legittimo? Secondo Piro, sì, tant’è vero che a suo dire “il nuovo segretario convocherà a breve, entro la settimana, i delegati di tutte le regioni per procedere all’elezione delle cariche di partito”. Secondo De Michelis, ovviamente, no: non c’erano le condizioni per procedere alla votazione delle mozioni, come indicato dalla commissione di garanzia.
Chi la spunterà? Lo scontro è sostanzialmente equilibrato, anche se la base di Craxi è leggermente più ampia di quella di De Michelis, che però vanta i grandi nomi fra i suoi sostenitori. Una cosa sembra però quasi certa e ineluttabile: oggi si è spaccato il Nuovo Psi
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14 settembre 2005

La Russa - Violante: uno a zero

Non credo che sia opportuno discutere adesso si sistemi elettorali. Di certo, la procedura imporrebbe di non trattare l’argomento a fine legislatura; ma visti gli episodi per cui si è contraddistinto l’attuale governo, ciò non costituisce la fine del mondo. La nuova legge elettorale, finora solo proposta, deve essere ancora esaminata dall’esecutivo e discussa alla camera. Si può affermare però che tale riforma in senso proporzionale, rafforzerebbe il bipolarismo (conserva infatti il vincolo di coalizione e l’indicazione sulla scheda del candidato premier), ridurrebbe il frazionamento partitico e, naturalmente, offrirebbe maggiore rappresentatività al popolo in parlamento. Secondo me (secondo quanto ho già scritto in precedenza sul bipolarismo e i sistemi elettorali), un passo avanti. Non è di questo avviso l’On. Violante, che pochi minuti fà si è prodotto in un dibattito con Ignazio La Russa durante la trasmissione “Primo Piano”, proponendo argomentazioni alquanto demagogiche e fuorvianti. Una materia così complessa dovrebbe essere affrontata dai nostri rappresentanti con onestà intellettuale, e non divenire facile strumento di propaganda. Un’onestà intellettuale che invece La Russa ha onorato, offrendo spiegazioni chiare e limpide sui meccanismi elettorali, al contrario di Violante che per screditare l’avversario ha confuso tanto le carte in tavola quanto le idee del telespettatore. Io, imitando l’obiettività di La Russa (che ha promosso i meriti del proporzionale pur essendo un fautore del maggioritario), da sinistra critico il diessino dalla lingua biforcuta per lodare il parlamentare di An: vittoria ai punti per La Russa sul ring di Rai Tre.




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5 agosto 2005

Bella piazza

Quanto è accaduto durante la commemorazione per la strage di Bologna è di per sé la dimostrazione della diseducazione civile e politica del popolo italiano, un’avvilente spettacolo che dopo venticinque anni non è più giustificabile. Se a questo aggiungiamo che, secondo le affermazioni del Ds Bonfietti sul Corriere e del pm Mancuso (che si occupò in prima persona del caso) sull’Unità, alle indagini sulla strage di Bologna non è stato opposto il segreto di Stato, la vicenda assume un tono alquanto paradossale: venticinque anni impiegati a insultare e fischiare qualunque rappresentate di qualunque governo contestando qualcosa che nemmeno c’entra. Senza nulla togliere a chi giustamente discute sulla possibilità di regolamentare e modificare il segreto di Stato, il problema sta proprio nella superficiale strumentalizzazione che la piazza ha operato su tale argomento, utilizzandolo come pretesto per la propria invettiva: poco importa conoscere davvero i fatti, poco importa quel che dice il pm che ha seguito le indagini. Poco importa anche delle vittime della strage, perché un osservatore esterno giurerebbe che la preoccupazione principale della piazza era fischiare Tremonti, non di certo onorare i caduti. Cofferati l’aveva ammonita sui giornali: non fischiate Tremonti, perché sapeva che la piazza aveva già deciso di contestarlo ancor prima di sentire cosa aveva da dire; naturalmente a nulla è servito, e il sindaco di Bologna ha dovuto assistere imbarazzato al linciaggio del vice-premier.
E’ il tipico comportamento della piazza italiana, immatura e qualunquista, irrispettosa dei valori e delle opinioni altrui. A prevalere sull’unità nazionale che dovrebbe vederci testimoni commossi di una tragedia che ha ucciso duecento concittadini italiani sono l’odio e il rancore di chi, prima di sentirsi cittadino italiano, si sente militante politico e padrone unico della piazza.




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28 luglio 2005

L'Islam moderato e un'intervista moderata

Sinceramente, se non fosse per il gap linguistico che li distingue, faticherei a riconoscere le opinioni di Calderoli da quelle della Fallaci. Da entrambi i pulpiti scendono accorate prediche riguardo la superiorità culturale del cristianesimo sulla religione islamica: l’Islam è una “non civiltà” per l’uno, è “incompatibile con l’Europa e la democrazia” per l’altra. Non so se siano più gravi le sgrammaticate posizioni populiste del ministro leghista o le arroganti intolleranze della giornalista, sta di fatto che tutti e due fomentano un odio pericolosissimo nei confronti della realtà musulmana, già stabilmente presente in Europa e destinata a crescere. A prescindere dal fatto che la loro chiusura nei confronti dell’Islam trova origine nell’infondata convinzione dell’inferiorità intrinseca del culto di Maometto nei confronti della religione di Gesù (infondata perché è stata la sommatoria di più fattori – climatici, geografici, demografici, politici – a consentire la Secolarizzazione europea e il successivo adeguamento della Chiesa alla Modernità, non di certo questa sua presunta superiorità morale), resta comunque inevitabile il confronto con tale realtà, poiché sarebbe impensabile un controllo sistematico delle comunità musulmane (vista la loro estensione e diffusione) se non attraverso il regime; pertanto le melodrammatiche invettive della Fallaci a poco servono.
Per sgombrare il campo da ogni dubbio, chiariamo subito che altrettanto inutili sono gli appelli buonisti di chi crede che il terrorismo islamico sia la dolorosa resistenza all’imperialismo statunitense: tanto il magistrato Forleo quanto il giornalista Travaglio, in nome del loro anti-americanismo, quasi giustificano i terroristi, alimentando il pacifismo ideologico, una posizione pregiudiziale e autodistruttiva, perché gli attentatori di Londra non erano iracheni, ma cittadini britannici di terza generazione all’apparenza perfettamente integrati. L’Islam moderato esiste, e consta della grande maggioranza dei musulmani europei, ma la sua integrazione è un processo ancora in corso, che va necessariamente e assolutamente incentivato, ma che da solo non permette di difenderci dal terrorismo – si vedano i “kamikaze integrati fino al giorno prima”; d’altronde molti di loro considerano il terrorista una sorta di “compagno che sbaglia”. Per fronteggiare un problema così drammatico è necessario non solo incentivare e migliorare l’integrazione, ma anche sorvegliarla. Di fronte all’offensiva terrorista a Londra come a Sharm dobbiamo rispondere con fermezza, e non possiamo prescindere dall’uso della forza.
Sul Corriere di oggi, Massimo Franco firma un’intervista a Giuliano Amato in cui il senatore spiega con grande chiarezza l’importanza di una visione realista e pragmatica della situazione: bisogna rifuggire dagli estremismi che rischiano da un lato di alimentare la xenofobia e una sorta di nuovo “maccartismo islamico”, e dall’altro di renderci inerti ed inermi lasciando che il fondamentalismo continui a logorarci dall’interno. E’ importante tanto salvaguardare quelle garanzie e quelle libertà che contraddistinguono la democrazia quanto capire che la gravità della crisi impone l’utilizzo di misure “d’emergenza”, altrimenti quelle stesse garanzie e quelle stesse libertà saranno annientate. La società aperta, per essere tale, deve essere “chiusa agli intolleranti e ai violenti” (Karl Popper).




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11 luglio 2005

Giovani jihadisti crescono

Molto spesso perdiamo di vista quella che è la vera natura del giornalismo. Le analisi e i commenti sono importanti ma, a mio parere, un articolo come quello che segue è più eloquente di mille opinioni illustri. Dal Corriere.it:

Wahir, un lavoro part-time e il sogno Jihad
di Andrea Nicastro 

Londra - Wahir Shadjareh ha 19 anni, un lavoro part-time e un eroe. Non il biondo David Beckham, però. «Si chiama Yasser e ha combattuto in Iraq. Abita a pochi isolati da casa mia, ma non ti ci posso portare. E' un mujahed. Subito dopo la fuga di Saddam Hussein è partito assieme a suo fratello per liberare le terre musulmane dagli infedeli. Si è addestrato e ha sparato contro i soldati americani. Durante la Guerra Santa, il fratello è stato ucciso. E quando Yasser è tornato qui a Londra per raccontarlo alla loro madre, lei ha ululato di gioia, ha aperto la casa per le condoglianze e ha offerto dolci a tutti i visitatori in onore del figlio martire. Yasser è uno dei pochi che conosco che può dire di aver fatto qualcosa di grande nella vita: la Jihad, la Guerra Santa».
Wahir è un «borderline». Non è ancora perso nelle perversioni mentali dell'estremismo islamico, ma le sfiora, le accarezza. Il labirinto di complotti, vittimismo e bramosia di rivincita che impregna il retroterra del terrorismo, lo appassiona. Secondo l’intelligence di Londra dai mille ai tremila giovani musulmani britannici sono passati da un campo di addestramento di Al Qaeda o di altri gruppi estremisti. Wahir no, ma si sente speciale, parte di una élite di illuminati, che hanno capito il mondo meglio degli altri. Non si decide a fare il passo verso la violenza e torna nel piccolo appartamento di Chicksand a est di Londra dove vive con i genitori, una sorella maggiore e un fratello più piccolo. Aspetta un altro giorno. «Da quando sono scoppiate le bombe non penso ad altro. E' un trucco dei servizi segreti americani per cacciarci da qui? Stanno preparando un'altra guerra contro noi musulmani? O davvero Al Qaeda ha aperto un nuovo fronte nella Guerra Santa? Devo prepararmi? A che cosa? Non so».
La famiglia Shadjareh è emigrata dal Pakistan negli anni '70. I tre figli sono nati in Gran Bretagna e parlano meglio l'inglese dell'urdu. In una cartelletta arancione ci sono i cinque passaporti di Sua Maestà. Sono musulmani, ma solo dopo l’11 settembre 2001 il padre, Foisal, ha cominciato a farsi vedere regolarmente in moschea e mamma Roulena ha deciso di coprirsi i capelli quando esce di casa. E' il giudizio dei vicini a pesare. Chicksand è un quartiere al 90 per cento musulmano. «Un atteggiamento diverso sarebbe visto come un tradimento nei confronti della comunità» spiega Foisal, commesso in un negozio di cartoleria del centro. Dei tre maschi di casa Shadjareh, il 19enne Wahir è l'unico a portare la barba e a vestire abiti tradizionali. Per lui sono una divisa, un marchio di riconoscimento. «Un ragazzo bianco può diventare punk o hooligan - sostiene Keith Dugan, la preside della scuola elementare Gateway, con una maggioranza di alunni musulmani -. Quelli come Wahir scelgono barba e zuccotto, ma il significato della contestazione resta identico». «Lavoro come bigliettaio alla Ruota di Londra tre mezze giornate alla settimana - racconta il ragazzo -. La gente mi squadra da capo a piedi, li vedo sussurrare tra loro. Sono islamico. E allora? Non ho diritto di lavorare?».
Alle 7.30 Wahir è l'ultimo della famiglia ad alzarsi dal letto. A colazione si mangia all’inglese uova, corn flakes e tè. La cena è orientale con riso, uvetta e spiedini alla piastra. I due fratelli maschi dormono sullo stesso divano letto che occupa praticamente l’intera sala, la sorella ha una cameretta per sé, così come i genitori. «Le mattine che non devo lavorare vado in un Internet Café per partecipare ai forum islamici e sapere che cosa è successo in Terra Santa, in Iraq, in Afghanistan. Oppure in Edgware Road, proprio dove è esplosa una delle bombe, a leggere un giornale arabo e fumare il narghilé», la pipa ad acqua. «Con i soldi che guadagno non devo rendere conto a mio padre di ciò che faccio. A pranzo mangio in un centro culturale islamico vicino a casa. E' lì che ho imparato l'arabo. I corsi sono gratuiti, finanziati dalle elemosine. Ho voluto impararlo a causa dell'11 settembre. Avevo 15 anni e il mondo mi ha puntato addosso il dito: musulmano cattivo. Volevo capire e ho visto l’oppressione, il colonialismo, l’imperialismo con cui l’Occidente ha sempre schiacciato l’Islam. Adesso i terroristi siamo noi, ma il genocidio dei palestinesi, i milioni di morti per fame, il furto del petrolio con la complicità dei governi fantoccio, che cosa sono se non una guerra?». Al pomeriggio Wahir fa volontariato in moschea. Senza questo porto fisso, la sua giornata sarebbe un estenuante girovagare tra disoccupati, caffè e parchi. I ragazzi leggono il Corano e discutono.
Amici occidentali? «Sì, se convertiti». Dhobir Azad, però, è egiziano. «L’attacco alle Twin Towers - dice - è un complotto sionista. Lo sanno tutti che gli ebrei quel giorno non sono andati a lavorare». Prove? Mistero. La discussione muore lì, sotto gli occhi dei supervisori anziani. Si avvicinano le 18.30, l’ora di cena per i Shadjareh. La casa dove è nata una delle vittime del metrò è a pochi isolati dal loro appartamento. E' Shahara Akther Islam, la ventenne musulmana che il quotidiano Independent ha messo in prima pagina come simbolo del mix culturale britannico. Impiegata in banca vestiva Gucci e Burberry. Il velo solo quelle rare volte in moschea. Ce ne sono tante di ragazze e ragazzi così a Londra. Ma non sono la maggioranza. Anzi. Il 52% dei giovani musulmani è «economicamente inattivo», una percentuale tre volte superiore a quella di ogni altro gruppo religioso.
A Wahir le ragazze «occidentalizzate» non piacciono. «Lavorando a tempo pieno, non puoi andare in moschea al venerdì. Parlano tanto di parità, ma gli uffici chiudono la domenica per i cristiani». La sera il 19enne Wahir esce come tutti i suoi coetanei. «Niente birra però. Il Corano lo vieta». E le discoteche? «Ci sono andato quando ero più giovane, ma ora no. Il rock fa male. Ascolto cantanti libanesi o egiziani, da Haifa a Shereen. Con la loro musica sì può anche ballare. Ed è un modo per superare le differenze nazionali, riconoscersi musulmani». Musulmani britannici? «No, musulmani e basta»




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9 luglio 2005

L'eredità socialista: la delicata questione del riformismo italiano

Ripropongo un articolo da me scritto qualche tempo fa riguardo la "questione riformista".

Di questi tempi nel centrosinistra si fa un gran parlare di riformismo: il dibattito si è infiammato durante l’ultimo congresso dei DS, con gli interventi di Piero Fassino. In primis, la proposta di una più pragmatica e concreta visione della situazione irachena (con i se e con i ma); in secondo luogo, l’abbattimento del “tabù socialista”. In un sol colpo il segretario diessino ha menzionato Turati, Nenni, Saragat e Craxi, celebrandoli come padri del riformismo; parole caute ma importanti accolte da un applauso altrettanto cauto e altrettanto importante. Il tema è stato prontamente raccolto dall’intellighenzia riformista, che ha argomentato le ragioni di Craxi e i torti di Berlinguer, “riabilitando” l’ex-leader dei socialisti a cinque anni dalla sua scomparsa. Oggi, finito l’entusiasmo post-congresso, di tutti quei discorsi è rimasto ben poco. L’Unione ha ceduto alla sua ala radicale opponendosi al rifinanziamento delle truppe, Prodi si è scagliato contro la riforma costituzionale proponendo slogan alla Furio Colombo invece che argute argomentazioni, e Craxi è stato celermente rigettato nel dimenticatoio dai girotondini di Asor Rosa con una tesi così riassumibile: “meglio aver torto con Berlinguer che ragione con Craxi”. Lungi da me il voler paragonare Craxi ad Aron (né tanto meno Berlinguer a Sartre), risulta evidente come la crisi d’identità dell’attuale sinistra sia figlia della frattura mai sanata fra la cultura comunista e quella socialdemocratica; una frattura aggravatasi terribilmente nel ’92 con Mani Pulite. Quando Craxi stava per portare a termine la costruzione di una realtà riformista italiana (ridimensionando il PCI di Berlinguer indebolito dalle bocciature della Storia), l’eliminazione per via giudiziaria dell’intero PSI generò un vuoto politico laddove i principali paesi europei avevano creato una grande forza socialista-riformista. Era intenzione di Achille Occhetto, all’epoca segretario del PCI, colmare tale vuoto con la trasformazione del Partito Comunista Italiano in Partito dei Democratici di Sinistra (il PDS, oggi DS): ma, evidentemente, cambiare nome non bastò. Voler sostituire la classe politica socialista, con la quale si aveva avuto in comune ben poco, suonava un po’ paradossale, come sottolineò Barbara Spinelli de La Stampa in un suo celebre intervento: “[…] I ruoli si sono con furia rovesciati: i partiti legittimati di ieri sono stati proclamati in un baleno illegittimi, mentre gli illegittimi si sono trovati ad essere rilegittimati […]”. Senza entrare nel merito, sta di fatto che Tangentopoli, oltre ad evidenziare notevoli squilibri e difetti della magistratura, abbia ritardato in Italia l’affermazione di un’identità riformista realizzatasi in Spagna, Francia e nella stessa Germania a distanza di poco dalla caduta del muro. Con il risultato che i DS, per le contraddizioni storiche e culturali che si portano dietro da più di un decennio, sono costretti a fare un giorno sì e l’altro pure i conti con il signor revisionismo, e nonostante siano di gran lunga il maggior partito dell’Unione, non possono esprimere il candidato premier per le politiche del 2006. Ecco perché, al contrario di quanto detto da molti intellettuali di sinistra, credo che non si debba “stendere un velo sulla riabilitazione di Craxi”: nessuno vuole negare le sue colpe, ma far cadere un tale tabù è stato un passo importante e necessario. Come importante è la nascita della federazione riformista che vede uniti DS, Margherita, SDI e Repubblicani. Se però da una parte arrivano forti segnali riformisti, dall’altra le logiche di coalizione costringono ad assecondare la sinistra radicale e massimalista. Non solo: stesso fra i DS, il “correntone” non vede affatto di buon occhio Fassino e la federazione. Giustamente o ingiustamente, l’Italia è l’unica grande democrazia occidentale ad essere rimasta orfana di una politica riformista, o, per meglio dire, progressista. La Seconda Repubblica è solo un confine immaginario e non può cancellare da sola le contraddizioni intrinseche di chi la compone come componeva la prima: la strada che porta al riformismo è ancora lunga, tortuosa e tutta in salita.




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9 luglio 2005

The swing of the pendulum

Le ultime manovre di UDC e Nuovo PSI hanno evidenziato il disagio di una parte della politica (ancora legata alla Prima Repubblica) nei confronti dell’attuale sistema elettorale, additandogli scarsa rappresentatività e funzionalità. Nella mischia è finito di mezzo anche il bipolarismo, con la conclusiva invocazione di un ritorno al proporzionale. Non è la prima volta che succede (né sarà l’ultima): ma allora, il bipolarismo è o non è un valore da difendere?
Iniziamo col precisare che il bipolarismo non si identifica con il sistema maggioritario: in diversi paesi europei (Spagna, Portogallo) persiste una dialettica politica bipolare a fronte di un sistema elettorale proporzionale (con sbarramento), e se in Italia – un paese storicamente frammentato e culturalmente e storicamente – si rivendica la necessità di un parlamento eletto proporzionalmente, ciò non inficia la possibilità di una logica bipolare. Anzi, nonostante l’introduzione del maggioritario sia stata in Italia una conditio sine qua non il bipolarismo non avrebbe ancora attecchito, sono in molti a rivalutare il criterio proporzionale pur sempre in prospettiva bipolarista.
Fatta tale premessa, mi accingo ad esaminare il bipolarismo in funzione di chi non ne riconosce la validità politica. La prima argomentazione – o tesi – è di tipo metodologico. La dialettica bipolare consente al popolo di esercitare pienamente la sua sovranità, grazie alla sua estrema chiarezza. L’elettore, oltre che ad individuare il suo indirizzo politico (progressista o conservatore), è spronato a confrontare i programmi delle due coalizioni, e a votare giudicando l’efficacia di un’idea pratica e non di un’ideologia astratta. Inoltre, l’elettore ha il potere di revocare la sua delega nel caso in cui l’idea da lui votata non si trasformi in “fatto”: questo fa sì che al voto d’appartenenza si sommi un voto d’opinione, più maturo e cosciente, che “sanzioni” (in positivo o in negativo) ciascuna delle due coalizioni sulla base dei risultati ottenuti, favorendo la meritocrazia e quello che gli inglesi chiamano “the swing of the pendulum”, ovvero una sana e democratica alternanza. Tutto ciò è possibile solo in presenza di due coalizioni ben delineate: al contrario, un sistema in cui la maggioranza parlamentare si definisce dopo le elezioni (come accadeva nella Prima Repubblica), impedisce all’elettore di conoscere anticipatamente il programma di governo; addirittura, gli impedisce di conoscere tanto il Presidente del Consiglio che andrà a eleggere (seppur indirettamente) quanto gli alleati del suo partito (con tanti saluti alla difesa della propria identità politica). La stabilità, poi, gioca un punto essenziale a favore del bipolarismo: una coalizione riunita attorno ad un programma prestabilito, ottenuta la maggioranza è in grado di perseguire le sue riforme. In un sistema “a direzione plurima” (per nominare in qualche modo la conformazione politica della Prima Repubblica) gli interessi sono contrastanti e spesso risulta difficile trovare un accordo in corso d’opera, con una conseguente instabilità politica che produce governi uno dietro l’altro, ostacolando la realizzazione di riforme adeguate e per mancanza di tempo materiale e per conflitti d’interesse fra i partiti che compongono il governo. Non si possono non applicare queste considerazioni alla realtà italiana (e qui la tesi metodologica diventa tesi storica) tramite un confronto fra Prima e Seconda Repubblica. Infatti, se il quarantennio democristiano ha visto legislature della durata media inferiore ad un anno (i cui protagonisti erano sempre gli stessi, con buona pace di una democratica alternanza e di un democratico ricambio della classe dirigente), in soli dodici anni di vita il neonato bipolarismo italiano ha visto alternarsi destra e sinistra più volte. Ha visto, per la prima volta, una legislatura portata a termine (quella attualmente in corso) e vedrà, con ogni probabilità, la bocciatura di Berlusconi da parte degli elettori, che gli revocheranno o meno la fiducia sulla base dei risultati da lui (non) ottenuti. Il bipolarismo è quindi un patrimonio da difendere, a prescindere da quale sia il sistema elettorale che più armoniosamente si adatti alla cultura del nostro paese. E’ infatti evidente l’imperfezione dell’attuale maggioritario italiano con quota porporzionale, che pur detenendo il merito di aver istituito e promosso la dialettica bipolare, sulla lunga distanza si è dimostrato “né carne e né pesce”, inadatto sia a soddisfare il “fabbisogno di rappresentatività” dei sostenitori del proporzionale sia a completare un percorso di rinnovamento “all’inglese” accompagnato da primarie e partiti unici. La modifica del sistema elettorale sembra (relativamente) prossima: quale delle molteplici varianti sarà adottata (affronterò l’argomento prossimamente), è importante che annoveri il bipolarismo tra le sue priorità.




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9 luglio 2005

Londra, 7 luglio 2005

Ciò che è successo a Londra due giorni fa (7 luglio 2005) è sconvolgente. Un ulteriore dimostrazione di forza da parte dei fondamentalisti islamici, che hanno ribadito il loro potere: possiamo colpirvi dove e quando vogliamo. E’ una dichiarazione alla quale non possiamo sottrarci, perché un attacco coordinato alla metropolitana di Londra, all’apertura del G8, è un’argomentazione difficile da confutare. E’ la verità: siamo indifesi, inermi di fronte al terrorismo. Per quanto si possano adottare contromisure sempre più efficienti, oltre un certo limite risulteremo comunque vulnerabili. E’ la natura del nostro sistema, che garantisce diritti, privacy e libertà individuale: valori che i jihadisti combattono e che contemporaneamente hanno sfruttato per infiltrarsi e creare la loro rete per ferirci dall’interno – mentre noi dormivamo beati. Ormai difendersi è difficile, perché è impossibile esercitare un controllo costante; è logisticamente inattuabile, senza contare che ledere la libertà individuale per inasprire i controlli sarebbe una sconfitta per la democrazia. Bisogna passare al contrattacco “culturale”.
L’integralismo islamico è il reazionario rifiuto verso la cultura occidentale, il disperato tentativo di contrastare il mutamento sociale che essa sta generando nel mondo arabo – desacralizzando i valori musulmani. Tale mutamento, una volta iniziato, è inarrestabile, ma fino a quando non sarà completo, continuerà ad incontrare resistenze. Il nostro contrattacco deve allora consistere nel combattere il fondamentalismo stimolando ed accompagnando quel cambiamento. Una situazione controversa come quella irachena, ad esempio, non può essere strumentalizzata per alimentare facili demagogie. Io non sono né antiamericano né filoamericano; penso che dichiarare guerra all’Iraq sia stato un errore, ma credo anche che da quell’errore possa nascere qualcosa di buono, come i sei milioni di elettori iracheni che hanno sfidato il terrore. Insistere ideologicamente sul ritiro delle truppe è sbagliato, come è sbagliato l’atteggiamento del nostro governo che, in periodo elettorale, cerca “con stile” di fare marcia indietro, parlando di date del possibile ritiro. Non è di date che bisogna parlare, ma di fatti: ancor di più dopo gli avvenimenti di Londra, abbiamo il dovere di trasformare un errore americano in una democrazia forte, stabile e autosufficiente, che funga da cuneo liberale nella cultura islamica.
La contaminazione del libero pensiero è la nostra sola vera arma di difesa dal terrorismo. Dobbiamo combatterlo a colpi di modernità, perché finché la società civile islamica rimarrà stretta nella morsa dell’oscurantismo, il fondamentalismo avrà gioco facile, e ci sarà un'altra Londra, e un'altra Madrid. E prima o poi toccherà anche a noi.




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